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Elezioni americane. Ma i media contano ancora?

18 Novembre 2016 by Roberto Bernardini -

Il successo di Donald Trump nelle elezioni americane, da molti temuto, da altri auspicato ma comunque molto poco previsto dai media più blasonati fino alle ultime evidenze della vigilia elettorale, dimostra l’esistenza negli USA di una profonda frattura tra la galassia che raggruppa tutti i mezzi di comunicazione ed il Paese reale, cioè quella parte di America che è andata al voto. Il 90% di televisioni e giornali era schierato in favore di Hillary Clinton, ma gli elettori – pur attraverso i complicati meccanismi del sistema elettorale americano che attribuisce la vittoria al candidato che ha più “grandi elettori” anche se meno suffragi – hanno rigettato una candidata che avrebbe rappresentato la continuità del torpore politico di Obama. Viene allora da chiedersi se la carta stampata, le televisioni ma anche i testimonial contino ancora molto nell’orientamento dell’elettorato. Forse, nelle consultazioni sulle grandi scelte che i cittadini sono periodicamente chiamati a fare, contano oggi molto più che in passato le voci libere e indipendenti.
Dopo la Brexit e le presidenziali statunitensi dobbiamo pensare che sarà così anche al nostro prossimo referendum? Mah!
Cerchiamo di capirlo esaminando alcuni aspetti che mi sembrano determinanti anche per la situazione italiana.
2016-i-giornali-americani-nel-duello-trump-clintonLa stampa, che è ancora così convinta di indirizzare l’opinione e le decisioni di voto della gente, non ha vera presa sull’elettorato. In tutto il mondo i quotidiani di approfondimento non li compra quasi nessuno. In Italia, provate a parlare con gli edicolanti: la gente semplice, il popolo ne acquista ben pochi, molti cittadini non ne hanno mai acquistato una copia in vita loro. Il giornale costa più di un caffè e chi ha problemi, dovendo scegliere, preferisce il caffè. Tanto poi ci sono numerosi altri mezzi per sapere, pensano!
Ed allora ci accorgiamo che i giornali non fanno opinione per chi un’opinione non ce l’ha.
Chi li compra regolarmente, invece, un’opinione la possiede già, solida e consolidata, non soggetta a cambiamenti. Con una vena di snobismo sul “suo” quotidiano vuole vederci scritto ciò che lui pensa, solo conferme, mai diverse opinioni. Il giornale offre così un prodotto scontato, tanto corretto quanto falso, solamente autoreferenziale perché rivolto unicamente a quelli che già la pensano in quel modo. E se il quotidiano cambia indirizzo, anche il fedele lettore lo abbandona. Ricordate quando “Libero”- quotidiano che fa riferimento all’area di centrodestra – è tornato nelle mani di Feltri non molto tempo fa? Ha perso molti lettori, alcuni li conosco personalmente. La motivazione? Qualcuno ha detto “….in quelle pagine non troverò più il mio modo di pensare perché Feltri a differenza di Belpietro è diventato quasi ….renziano”.
Oggi come “opinion maker” contano molto di più i social, i blog, immediati e spietati, che offrono articoli brevi, sintetici ed intensi, spesso redatti con un linguaggio forte, trasgressivo, aggressivo. Non a caso stanno proliferando ed avendo grande successo.
Riguardo poi alle televisioni, i “telegiornali teatrino” condotti da giornaliste-lettrici di veline, quasi sempre di bell’aspetto, annoiano: troppo prolissi e ripetitivi, pieni delle solite riciclate immagini di politici col cappotto in estate e scamiciati in inverno: oramai irritano.
Gli sproloqui dei “talk show” televisivi, le false litigate in diretta che dovrebbero certificare la passione politica dei personaggi coinvolti suonano falsi lontano un miglio e non piacciono più nemmeno come comiche finali.
Tornando alle presidenziali americane, l’elezione di Trump ha fornito alcune importanti indicazioni sulla reale efficacia della comunicazione. Sulla stampa indipendente o meno blasonata sono state pubblicate alcune interessanti valutazioni sull’appoggio dei Vip statunitensi alla Clinton, dalle quali emerge che anche il sistema degli “endorsement”, cioè dell’appoggio personale di un famoso ad un certo candidato, sembra non funzionare più.
Ma qual è il meccanismo? Gli “endorsement” funzionano come la pubblicità: se fatti da gente che ha seguito personale, procurano seguito a chi si appoggia. Chi ha credito riconosciuto in un campo, quello cinematografico ad esempio, lo trasferisce ad altri campi, quello politico in caso di elezioni, sul candidato che appoggia. Ma una volta gli idoli erano dei “mostri sacri con l’aureola”, irraggiungibili, e proprio la loro diversità dall’uomo comune costituiva la base del loro carisma. Oggi queste figure sono sempre visibili sui social, dove perdono di credibilità mostrando le loro bassezze magari partecipando per lucro a qualche “reality trash”.
2016-robert-de-niro-hillary-clinton-afp-640x480Anche i “testimonial” registrano una decisa decadenza. Il pubblico non li ascolta. Per Hillary si erano spesi i big del mondo dello spettacolo, dello sport, della cultura “chic” che da noi si definirebbe “di sinistra”. Addirittura l’attore italo americano Robert De Niro aveva messo la sua faccia in un video pieno di offese immotivate verso Trump che visto il risultato, dice lui, ora lo costringerà a lasciare di corsa gli Stati uniti per tornare ad abitare in Molise, la terra dei suoi avi.
Ma come se non bastasse anche il valore delle parole è sotto accusa. Quelle altisonanti della politica, urlate da mezze figure nei “talk show” televisivi appaiono vuote e prive di significato e spesso poco comprensibili.
L’analfabetismo funzionale è in calo, almeno questo è un buon segno, ed alle promesse millantate senza base concreta anche i più semplici sembrano non credere più, la gente ascolta i messaggi e poi va a votare con la “propria pancia”.
Oggi in politica hanno effetto le parole forti, dissacranti, amore od odio, nessuna via di mezzo, niente “politically correct”, niente sinistra, destra o centro. Paga il tono che appare come sincero e credibile, la gente vuole essere parte di qualcosa in cui credere, ma concreto, non ideali di giustizia, uguaglianza e libertà che per molti rimangono solo teoriche perché di esse nella realtà poi usufruiscono solo pochi fortunati. E’ un linguaggio nuovo? No, solo che ora è uscito allo scoperto perché ritenuto da alcuni leader molto efficace. Ultimamente lo troviamo anche nella nostra politica nazionale e dai sondaggi ossessivi che ogni giorno ci bombardano apprendiamo che paga. Chi vorrà avere successo dovrà tenerne conto.
2016-trump-linguaggio-scorrettoPiaccia o no oggi si vota “di pancia” e vincono quelli che arrivano proprio alla pancia dell’elettore non in generale, ma al momento giusto. Chi vota di pancia decide all’ultimo momento e sulla base di un’emozione. Questo ha offerto Trump ai suoi elettori, al momento giusto ed in modo efficace. In fine campagna si è disinteressato di cosa pensassero la stampa e le televisioni, i Club politici ed il suo stesso Partito Repubblicano, ed ha corso da solo, convinto che per vincere, il consenso dei giornali e delle “lobbies” ad essi collegate non fosse più necessario.
Con un linguaggio impresentabile ha scavato nei bassifondi del Paese, lontano dal profumo della buona politica, ha sconvolto benpensanti e malpensanti con dichiarazioni irripetibili, ma efficaci proprio per quella fascia di scontenti che in USA da sempre, ma ora anche altrove e forse anche da noi, non si riconoscono certo nella tradizionale sinistra politica. “Basta ideologie”, ha detto Trump, “torniamo alla realtà nuda e cruda della vita quotidiana. L’unico nostro ideale è l’America in tutte le sue molteplici sfaccettature”. Punto. Ed ha vinto.

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