Coronavirus – Il vaccino è la resilienza.

= Rubrica a cura del servizio URGENZA PSICOLOGICA =

Il primo lockdown ci ha lasciato sbigottiti, alla seconda ondata del virus eravamo preparati? No, non del tutto.  E, come se non bastasse, in questi giorni c’è chi parla di terza ondata. Come spensierate cicale, abbiamo fatto man bassa di negligenza, mentre qualche formica, più d’una a dire il vero, invitava alla parsimonia, ché prima o poi sarebbe tornato il virus.

Infatti, è di nuovo lockdown. Pesante. Per qualcuno lo è forse di più?    

Più pesante per i single, forse? Quelli che, secondo alcuni, non avrebbero motivo alcuno per “rompere”, ma bisognerebbe vedere come la pensano il 45% dei milanesi e il 52% dei romani, quei single per i quali “lockdown” potrebbe significare casa vuota, spenta. Non hanno costruito la loro vita attorno al matrimonio, alla genitorialità, il che non significa non abbiano bisogno di socialità. Sono quelli che quando escono da casa per incontrarsi, che sia per una cena, per un aperitivo, per una chiacchierata confortevole fra i cuscini del divano, magari con la coperta di pile sulle gambe, sanno che al termine, una volta rientrati nel guscio, si addormenteranno con il profumo di quella sinergia arricchente. L’isolamento può rappresentare la morte delle vicinanze emotive, privazione di una familiarità protettiva, di uno scambio intimo fatto di codici emotivi condivisi, proprio quelli che costituiscono una risorsa nell’affrontare la vita da singolo.

Se è vero che i nostri costumi ci hanno abituato a sterili “tatto-free relationships” (ricaduta negativa dell’abuso di una tecnologia che ci ha visto preferire messaggi whatsapp a forme di contatto in carne ed ossa), oggi rischiano di mancare come l’aria gli abbracci, i baci, le cene condivise, le parole sussurrate guardandosi negli occhi, complice una subdola sensazione di solitudine, brutta bestia che avviluppa nella malinconia di un tempo stretto, dove il dentro viene passato al setaccio.

Ci vuole resilienza per stare a galla. Lo sanno bene i belgi, che si sono inventati il «knuffelcontact», un «compagno di coccole», affinché il nuovo confinamento non si trasformi in un angosciante isolamento, un modo per vedere altre persone al di fuori dei conviventi, insomma, tanto che i single possono averne ben due, due «support bubble» (è così che lo avevano chiamato gli inglesi durante il primo lockdown), perché in una bolla si rischia l’implosione se non ci entra mai nessuno a farsi un giretto di tanto in tanto.  

Ma forse il lockdown è più pesante per i rider? Quei ciclisti a cottimo del cibo d’asporto, che pedalano un sacco in tempo di covid, pedalano per due soldi, pedalano “come schiavi”, dice uno di loro in un’intervista per La Repubblica, lasciandomi quella sensazione scomoda di essere una privilegiata. “Però l’hai mai vista questa città così deserta, così buia? Non sembra anche a te bellissima?”: i rider sono ricchi in resilienza, penso. Chissà se io ne ho altrettanta.    

Poi ci sono gli alunni chiusi in casa. Privati della possibilità di socializzazione de visu, così indispensabile per la crescita, persi in una didattica a distanza dalle parole spezzate, figlie di una voce metallica, sorella di una connessione lenta, odori assenti se non quello di brodo della mamma ai fornelli, interrogazioni falsate dallo schermo di un pc, risate sorde in una chat.

La didattica a distanza è caos: più figli, un solo pc a disposizione (sebbene la scuola fornisca quelli mancanti quando necessario), la nonna che non può più guardare la tv, la mamma che non ottiene lo smart working, il papà, che non lo vorrebbe, recluso in casa a cucinare per tutti (e lui odia cucinare). Lavorare da casa, con i propri figli a casa, che vanno a scuola in casa, mentre la tecnologia invade la casa: non è una realtà rosea.   

La didattica a distanza è solitudine: una casa vuota, il pranzo da riscaldare nel microonde, un pc, un cellulare, il gatto, i genitori al lavoro (il diritto al congedo parentale, così come il lavoro agile, scatterebbe in caso di quarantena e nella didattica a distanza, ma il genitore di figli da 14 a 16 anni che si astiene dal lavoro per tali motivi non ha diritto alla corresponsione della retribuzione o indennità e, parimenti, non gli viene riconosciuta la contribuzione figurativa prevista nel caso di figli di età inferiori. Ma almeno il posto di lavoro è salvo: il decreto Ristori sancisce il divieto di licenziamento).

La didattica a distanza è deprivante: le diagnosi rischiano di perdersi nel roteare scomposto di banchi con le rotelle che girandolano solitari su se stessi, perché la disabilità vede nella presenza dei corpi dei pari una possibilità di inclusione.

La didattica a distanza mina le condizioni per una didattica personalizzata ed individualizzata. Lo sanno bene i professori. “Io speriamo che me la cavo… con la DAD” è il mantra della mia meditazione serale, preceduta da qualche pagina del libro di M. D’Orta dal titolo omonimo, che riesce sempre a strapparmi un sorriso. Ma forse Simone, Marta, Irene, che davanti a uno schermo rischiano di rimbecillire, secondo i genitori, potrebbero fare un buon lavoro con i compiti di spagnolo se entrasse in gioco José, quello timido e introverso in classe, che lo spagnolo lo sa bene però, perché la mamma è equadoregna (sai che botta all’autostima, si sentirebbe una vera risorsa!). Nei momenti di difficoltà fare squadra diventa stratagemma vincente e respirare solidarietà, fonte di aiuto reciproco, getta le basi per alimentare fiducia negli esseri umani.      

“Basta fare filosofia sulla scuola, devi scrivere dei poveri anziani!”. La mia amica Paola ha la voce concitata, mi telefona apposta. “Quei  poveri vecchi, ancora in forma, con qualche energia da spendere nei pochi mesi o pochissimi anni che rimangono loro da vivere, e che invece devono  starsene tappati in casa per l’individualismo bieco di giovani egoisti che quest’estate non hanno evitato di ammassarsi in discoteca. Potremmo essere noi tra vent’anni, barricate in casa, perdendo l’ultimo sprazzo di vita, perché i giovani, quelli con la vita in pugno, non hanno saputo contenere i bollenti spiriti estivi, con ovvie conseguenze prevedibili tra l’altro!”.

L’Ispi aveva presentato l’ipotesi di un lockdown selettivo per classi d’età: a casa gli ultraottantenni (7,2 per cento della popolazione) o addirittura gli ultra settantenni (17,1% degli italiani), limitazione alla sola categoria di anziani che mi lascia un dubbio etico. Non ho avuto il coraggio di accennarlo a Paola, proprio lei che da anni si informa sulla criocongelazione.   

C’è tanta rabbia in giro, c’è paura, delusione, tristezza, troppe emozioni da affrontare in contemporanea. La fatica interiore di Paola, emblema dell’angoscia insita nel sostenere un genitore anziano, si mescola con il terrore di scoprirsi ammalata. Ma c’è anche la fatica di Roberta, amica da sempre, che manca le visite alla RSA in cui la madre è barricata, mentre ne attende, appesa al filo del cellulare, la possibile dipartita. E l’amarezza si mescola ad un ingiustificato senso di colpa.  

Ma forse il podio infelice di questa guerra dei poveri spetta alle donne vittime di violenza domestica: +119% di chiamate al numero verde 1522 da marzo a giugno 2020. Per loro un solo appello: “Chiedete aiuto, componete quel numero. Se vi picchia non è amore. E’ violenza”.    

La vita porta con sé punte di atrocità. L’impatto del covid è stato un evento definibile come traumatico; per tanti continua o inizia ad esserlo: la paura che non ne usciremo mai o che ne usciremo troppo ammaccati mette l’anima in ginocchio.

Ci vuole resilienza per non lasciarsi infilzare da quelle punte, capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi, abilità di un essere umano  di riorganizzare positivamente la propria vita di fronte ad eventi traumatici, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive, di resistere senza alienare la propria identità.

Ciascuno di noi ha un proprio particolare modo di gestire gli eventi: qualcuno di scoraggia e molla, qualcun altro sfodera determinazione e prosegue con coraggio, altri si lamentano. 

Coltivare resilienza può significare curare la capacità di stare a contatto con la propria forza vitale, il che presuppone innanzitutto preservare uno spazio significativo per occuparsi di se stessi, riconoscendo i propri limiti, ma facendo altresì appello a nuove capacità. Trovare il modo di aiutare se stessi, accettando di non essere degli eroi, di essere più resilienti di fronte ad un evento e meno di fronte ad un altro, ma non per questo autobollarsi come incapaci perdenti. La vita presenta dinamiche così incostanti in primis dentro di sé. 

 “Il trauma non è quello che ci accade ma è quello che tratteniamo dentro in assenza di un testimone empatico” (Peter Levine, Somatic experiencing). Allerta, azione difensiva (lotta, fuga, immobilità), scarica dell’energia attivata, sono i tre passaggi del processo di fronte al pericolo che, se interrotto per un qualunque motivo, blocca il sistema psico-neuro-endo-immunitario in uno stato di allerta come se il pericolo fosse ancora incombente, generando sintomi di varia natura.

Prendersi cura dell’anima a partire dal corpo. Rimanere presenti e stabili: il nostro corpo è l’accesso e ha il potenziale della guarigione. Liberare le energie bloccate per ristabilire il senso di sicurezza, accogliere le sensazioni in qualità di testimoni empatici. Compassione rimane la parola chiave.

Per un approccio concreto rimando agli esercizi pratici presenti sul sito Somatic Experiencing Italia (https://somatic-experiencing.it/it-it/tribu-emergenza-covid-19), un aiuto perché il corpo possa ritrovare il centro,  rimanendo in uno stato di presenza con quello che passa dentro di sé, senza fuggire, nutrendo un senso di fiducia nella possibilità di uscita dalla contrazione traumatizzante. Il corpo sa come si fa. 

Luisa Ghianda, psicologa, counselor, ipnologa, Urgenza Psicologica sede di Monza