
Tra strategia e simbolismo, l’incontro in Alaska mette a nudo le fragilità dell’Europa e le nuove geometrie del potere globale.
Un tempo l’isolamento internazionale e le sanzioni avrebbero dovuto segnare la fine politica di un leader. Un tempo una promessa elettorale non mantenuta equivaleva a un boomerang difficilmente gestibile. Eppure eccoci di fronte al vertice “lampo” in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin: un incontro che, se da un lato porta con sé l’eco di impegni elettorali mancati, dall’altro si offre come palcoscenico di ricerca di legittimazione internazionale.
Trump, stretto nella morsa delle proprie dichiarazioni roboanti, ovvero la fine del conflitto russo–ucraino in ventiquattr’ore, si è trovato costretto a presentarsi in quell’estremo lembo di mondo per dimostrare di aver “provato”. Putin, al contrario, cerca di mascherare la solitudine diplomatica e il peso crescente delle sanzioni, nel tentativo di restituire lustro alla sua immagine di leader globale.
Dietro le fotografie ufficiali, però, resta la sostanza di ogni grande vertice: non tanto le parole pronunciate, quanto le intenzioni sottese. La tentazione di ridisegnare le sfere d’influenza, di spartire nuove aree di potere, richiama scenari che la storia ha già conosciuto. È difficile non pensare al patto Molotov–Ribbentrop del 1939, quando la Polonia venne divisa con un tratto di penna. La durata contenuta dell’incontro in Alaska, due ore e quarantacinque minuti invece delle sette previste, senza alcuna dichiarazione congiunta, non può essere interpretata come semplice formalità diplomatica: il silenzio spesso dice più delle parole.
Al centro resta la comune preoccupazione verso l’espansionismo cinese, tema che sembra aver avvicinato i due leader più di quanto non ammettano. Che si tratti di intesa implicita o di convergenza occasionale, il dato è che la logica della realpolitik torna a prevalere sulle dichiarazioni di facciata.
E l’Europa? Ancora una volta, assente. L’Unione europea appare intrappolata nella propria struttura ibrida, incapace di farsi soggetto politico coeso. Quello che avrebbe dovuto essere un organismo vitale, capace di armonizzare diversità e forze, rischia oggi di mostrarsi come un gigante dai piedi d’argilla. Due spinte ideologiche opposte ne hanno paralizzato l’azione: da un lato l’ambientalismo radicale e la retorica della “decrescita felice”, dall’altro il populismo sovranista e il richiamo identitario. Entrambe hanno finito per indebolire l’Europa, trasformandola in spettatrice passiva di fronte ai giochi di potere globali.
Il risveglio, ammesso che arrivi, non potrà limitarsi a qualche timido riarmo: sarà necessaria una riforma profonda, che dia all’Unione capacità decisionale e forza di azione sul piano internazionale. La Gran Bretagna, con la Brexit, aveva colto questa debolezza e scelto la via dell’uscita. Paradossalmente, oggi, proprio Londra sembra più consapevole della necessità di una cooperazione europea almeno in materia di difesa.
Resta da capire se i Paesi membri dell’Unione sapranno cogliere la lezione o se continueranno a inseguire slogan vuoti, lasciando che altri scrivano la storia al loro posto.
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