
L’immagine dell’«hortus animae», il giardino dell’anima, costituisce la metafora che attraversa l’intero volume.
Ci sono libri che raccontano una storia e libri che invitano il lettore a fermarsi. Hortus Animae. Volevo solo imparare (Editoriale Delfino) di Giuseppe Selvaggi appartiene alla seconda categoria. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una raccolta di poesie, pur contenendo qualcosa di ciascuno di questi generi. È piuttosto un taccuino dell’anima, un itinerario esistenziale nel quale la prosa si alterna ai versi, l’aforisma alla memoria personale, la riflessione filosofica all’osservazione del quotidiano.
L’immagine dell’«hortus animae», il giardino dell’anima, costituisce la metafora che attraversa l’intero volume. Per Selvaggi coltivare questo giardino significa sottrarre tempo alla fretta contemporanea, custodire il silenzio, riconciliarsi con la memoria e ritrovare il senso delle relazioni umane. Non è un rifugio dal mondo, ma uno spazio interiore dal quale tornare a guardarlo con maggiore profondità.
Le pagine del libro sono attraversate da alcuni temi ricorrenti: il tempo che scorre, la nostalgia, il valore dell’amicizia, la scrittura come esercizio di conoscenza, il Sud delle origini e Milano, città della maturità, il rapporto con i libri, con i maestri, con il mare e con la spiritualità. Sono motivi che ritornano continuamente, come variazioni di una stessa melodia, senza la pretesa di costruire un sistema filosofico, ma con il desiderio di condividere con i lettori un’esperienza di vita.
Uno degli aspetti più interessanti del volume è proprio il tono della scrittura. Selvaggi non cerca effetti letterari né sperimentazioni formali; preferisce una lingua volutamente piana, spesso colloquiale, nella quale convivono citazioni colte – da Dante a Calvino, da Max Weber a Byron – e ricordi familiari, incontri casuali, passeggiate nella metropolitana milanese o nei vicoli del Sud. La cultura non è mai esibita come ornamento, ma diventa occasione di dialogo con la propria biografia.
Il libro è attraversato anche da una sottile malinconia. Non è però una nostalgia paralizzante. È piuttosto la consapevolezza che il tempo modifica tutto: gli amici, i luoghi, le stagioni della vita, perfino gli ideali. A questa consapevolezza l’autore risponde con un atteggiamento che potremmo definire di “resistenza gentile” nel senso di continuare a leggere, a scrivere, a camminare, ad ascoltare, a coltivare rapporti autentici, a stupirsi delle piccole cose.
Per molti aspetti Hortus Animae richiama la tradizione del diario spirituale o dello zibaldone: una raccolta di pensieri che non chiede al lettore di seguire una trama, ma di entrare in sintonia con uno sguardo sul mondo. Ogni capitolo può essere letto autonomamente, quasi fosse una sosta durante un cammino.
Il messaggio finale è forse racchiuso nel sottotitolo: Volevo solo imparare. In un tempo dominato dalla necessità di affermarsi e di avere sempre risposte, Giuseppe Selvaggi rivendica il valore dell’apprendimento continuo, del dubbio, dell’ascolto e della ricerca. È un libro che non pretende di insegnare, ma invita a interrogarsi. E forse proprio per questo riesce ad accompagnare il lettore ben oltre l’ultima pagina.
