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Alberto Manzi. Il maestro elementare di un milione e mezzo di italiani

6 Febbraio 2018 by Giuseppe Torregrossa -

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In molti ricorderanno la trasmissione televisiva “Non è mai troppo tardi”, che negli anni ’60 portò l’alfabetizzazione nelle case di molti italiani, meritandosi il successo che il pubblico e la critica gli tributò. Si stima che, negli otto anni in cui è andato in onda, circa un milione e mezzo di persone adulte analfabete abbiano conseguito la licenza elementare attraverso le sue lezioni “a distanza”, condotte sullo stile di un corso serale.
Molti sanno che il conduttore di quello splendido primo esempio di pedagogia televisiva era il maestro Alberto Manzi. Maestro elementare, per la precisione.
Pochi sanno che Alberto Manzi, romano, classe 1924, aveva veramente un diploma magistrale che gli conferiva tale titolo, ma che di titoli accademici ne aveva anche molti altri. Infatti, Manzi si era diplomato alle magistrali e, contestualmente, aveva ottenuto il diploma all’Istituto Nautico. Una dualità di formazione che accompagnerà anche tutto il corso della sua intensa e interessatissima vita, privata, professionale e sociale.
L’autore e conduttore di “Non è mai troppo tardi”, aveva proseguito gli studi al Magistero dell’Università La Sapienza di Roma laureandosi in Scienze Sociali, in Biologia, in Pedagogia, in Filosofia, e si era specializzato anche in Psicologia.
Ufficiale della Marina Militare, partecipa alla 2^Guerra Mondiale prima nei sommergibilisti e, dopo l’8 settembre, nel Battaglione San Marco aggregato in quel periodo all’VIII Armata Inglese.
Dopo l’esperienza bellica inizia la sua attività didattica che prende il via con la cattedra all’Istituto di Rieducazione e Pena “Aristide Gabelli” di Roma. Un lavoro “difficile”, che Manzi accetta dopo il rifiuto di ben quattro colleghi, ma che intraprende con l’intento di avviare un percorso di ricerca didattico-pedagogica che lo porta a diventare uno dei più importanti studiosi della disciplina. Proprio al Gabelli realizzerà il primo giornale degli Istituti di Pena, La Tradotta.
Il bagaglio culturale accumulato con la sperimentazione diretta sul campo dei suoi metodi didattici lo porta nel 1950 ad insegnare nella stessa università La Sapienza che lo aveva visto discente, prima come assistente alla cattedra di Pedagogia e Filosofia e successivamente come direttore della Scuola Sperimentale dell’Istituto di Pedagogia.
Nel 1954 lascia l’università e accetta l’incarico di maestro elementare alla scuola “Fratelli Bandiera” di Roma per dare avvio ad una ricerca di didattica psicologica che lo impegnerà e sarà il filo conduttore di tutta la sua vita professionale.

Alberto Manzi durante una dell sue lezioni televisive di “Non è mai troppo tardi”. Semplici disegni evocativi a corredo delle spiegazioni, tracciati con un gessetto bianco su fogli di carta nera, erano uno dei suoi metodi didattici più efficaci.

Nel 1960 inizia l’esperienza televisiva con il programma “Non è mai troppo tardi” che gli porterà notorietà a livello nazionale. Ma la sua notorietà travalicava già i confini nazionali fin dal 1948, quando con il suo romanzo per bambini “Grogh, storia di un castoro”, aveva vinto il Premio Collodi. Nel 1953 la RAI ne aveva curato una riduzione radiofonica che aveva avuto uno straordinario successo, fino a tradurla in 28 lingue e ad esportarla in tutto il mondo.
Un progetto iniziato nel 1954 per conto dell’Università di Ginevra lo porta fin nella zona orientale della Foresta Amazzonica per svolgere ricerche scientifiche. Ed è allora che comincia ad interessarsi dei problemi dei nativi. I suoi viaggi in Sud America sono assidui, con cadenza almeno annuale, seguito da un gruppo di studenti universitari provenienti da ogni parte d’Italia. Il suo interesse si allarga anche ai problemi sociali e sanitari delle popolazioni, ma ciò suscita i sospetti delle autorità peruviane che lo accusano di essere vicino ai rivoluzionari di Che Guevara. Solo l’intervento del Pontificio Ateneo Salesiano gli consente di continuare i suoi studi nel paese latino-americano.
La sua attività di scrittore per ragazzi lo vede autore di diversi successi editoriali. Dal più famoso dei suoi lavori, “Orzowei”, venne tratta una fortunata serie televisiva che ebbe grande successo negli anni ’70.
Dopo la conclusione della serie “Non è mai troppo tardi”, Manzi appare ancora sporadicamente in televisione fino a ritirarsi del tutto per dedicarsi all’insegnamento a tempo pieno nella scuola elementare “Fratelli Bandiera”. Ma le sue convinzioni sulla didattica lo portano ancora alla ribalta quando si rifiuta di redigere le “schede di valutazione” che il Ministero dell’Istruzione aveva introdotto al posto delle pagelle, motivando la sua scelta con questa affermazione: “non si posso bollare i ragazzi con un giudizio che si porteranno dietro per anni anche se la loro dinamicità li cambierà in continuazione”. Questa sua posizione lo porta alla sospensione dall’insegnamento per tutto l’anno scolastico. In quello successivo accetta di redigere le schede con un timbro, uguale per tutti, nel quale si riportava la frase: “fa quel che può, quel che non può non fa”. Al rifiuto del Ministero di accettare le valutazioni “timbrate”, risponde sarcastico: “non c’è problema, posso farlo anche a penna”. Fu la fine della sua carriera di insegnante elementare.
Nel 1992 Rai 3 lo chiama per una serie di 60 puntate televisive dedicate agli immigrati dal titolo “L’italiano per gli extracomunitari”. Sarà la sua ultima apparizione pubblica.
Nella sua vita Alberto Manzi annovera anche l’esperienza politica maturata, dal 1995 al 1997, come sindaco di Pitigliano, eletto nelle file dei Democratici di Sinistra.
Il maestro elementare degli Italiani, al quale sono intitolate diverse scuole in Italia, si spegne il 4 dicembre 1997 a Pitigliano dopo una vita dedicata alla didattica innovativa di giovani e meno giovani, mantenendo con fermezza le sue convinzioni sulla didattica maturate in una vita di esperienze, ricerche e sperimentazioni.
Un esempio di coerenza e di coraggio che spicca nel panorama intellettuale italiano, soprattutto in questo momento nel quale la mediocrità, l’accondiscendenza, l’opportunismo, o forse anche solo la rassegnazione, imperano.

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