
L’uomo è l’unica creatura sulla terra capace di avere coscienza e di apprezzare la natura della realtà che lo circonda; è dunque l’unico essere vivente che può mantenere un equilibrato rapporto di cambiamento reciproco con la natura, in quanto capace di modificare la natura alle sue esigenze e la natura a propria volta modifica l’etica, la ragione, la fede, il modo di comunicare dell’uomo.

Da queste righe si capisce la concezione tipicamente greca, base della società, per cui la bellezza è necessariamente legata alla bontà (καλός καὶ ἀγαθός), perché ciò che è bello viene considerato frutto di una benevolenza degli Dei, rientra nell’idea di ordine dalla quale si origina l’idea di bene. Mi domando quindi se l’ uomo di oggi non ha fatto tesoro del proprio passato continuando a interferire con la Natura spesso sfruttandola inappropriatamente e distruggendola; da qui parte il mio sdegno verso coloro che dovrebbero indicarne il rispetto, cosa che non si evince dalla politica nazionale essendo stato approvato in Senato un DDL contrario di fatto a quanto sarebbe necessario fare.
Mi sovviene sempre un pensiero della grande Margerita Hack secondo la quale “gli animali sono una grande benedizione della natura, esseri viventi che ci circondano con la loro presenza, il loro spirito libero, il loro amore. La loro esistenza ci ricorda che siamo parte di un mondo più grande, dove tutti siamo connessi e dipendenti gli uni dagli altri. Tutti possiamo gioire e soffrire. Ecco perché dobbiamo proteggere e preservare gli animali, primati come noi e nostri fratelli più piccoli. Sono una parte irrinunciabile della bellezza e della ricchezza del nostro mondo.”
Inizio qui a fare una valutazione su questa proposta di legge considerando che mercoledì primo luglio si è avviato l’esame da parte della Commissione Agricoltura della Camera dopo il voto del Senato dello scorso 23 giugno. Intanto, crescono le voci di un faro puntato sul ddl da parte del Quirinale, in particolare, per verificare la compatibilità delle nuove norme con le direttive Ue Habitat e sulle regole in merito alla migrazione degli uccelli. Del resto le istituzioni europee, attraverso specifiche contestazioni mosse dalla Commissione Ue, hanno espresso preoccupazione riguardo al disegno di legge sulla caccia, temendo che le misure introdotte possano configurare un rischio di deregulation dell’attività venatoria. Tali rilievi critici riguardano potenziali indebolimenti delle tutele per la fauna selvatica e le norme di sicurezza pubblica.

Nel merito il DDL S.1552 interviene sulla legge 157/92, il riferimento nazionale per la protezione della fauna selvatica e per la regolazione dell’attività venatoria. La riforma antepone le richieste del mondo venatorio alla tutela degli animali selvatici, che la Costituzione italiana riconosce come patrimonio da proteggere anche per le future generazioni.
(Art. 1) Dalla tutela alla “gestione” della fauna: Il DDL introduce il concetto di gestione faunistica, riconoscendo alla caccia una funzione di controllo e regolazione delle popolazioni animali attraverso gli abbattimenti. La caccia non viene più descritta come attività consentita in deroga alla tutela della fauna, ma come strumento di gestione. Questo può incidere sui ricorsi che le associazioni presenteranno ai TAR contro calendari venatori e piani di controllo.
(Artt. 12-13) Più forme di caccia e strumenti tecnologici per gli abbattimenti: Viene eliminata la cosiddetta “opzione caccia”: oggi il cacciatore deve scegliere una forma prevalente di esercizio, mentre con il DDL potrà praticarne più di una senza una scelta esclusiva annuale. Si introduce inoltre la possibilità di usare strumenti ottici e optoelettronici — visori termici, telemetri, ottiche evolute — nelle attività di selezione e controllo degli ungulati.
(Artt. 18-19) Più flessibilità sui calendari venatori e abbattimenti più rapidi: Il DDL introduce meccanismi che ampliano la flessibilità nella definizione dei calendari venatori, con un possibile allungamento dei periodi di prelievo per alcune specie. Si rafforza inoltre il controllo faunistico, semplificando le procedure per interventi più rapidi di abbattimento su cinghiali, cormorani, nutrie, daini e altre specie considerate invasive o ritenute responsabili di danni agricoli e rischi sanitari

Specie inselvatichite (Art. 2): le misure di controllo si estendono anche a specie domestiche tornate allo stato selvatico, con interventi di abbattimento più facili dove provocano danni agricoli o problemi sanitari.
- Richiami vivi (Art. 4): le Regioni ottengono maggiori competenze su impianti di cattura e identificazione, con procedure più semplici e meno passaggi autorizzativi nazionali.
- Pianificazione faunistico-venatoria (Art. 10): aumenta il peso della gestione delle popolazioni selvatiche, con le Regioni che potranno programmare più abbattimenti contro specie ritenute in sovrannumero.
- Sanzioni (Artt. 30-31): vengono introdotte sanzioni per chi ostacola attività autorizzate di controllo e contenimento della fauna.
Parlare di ambiente significa parlare di condizioni di vita. Parto dalla “definizione di ambiente” della famosa Enciclopedia Treccani “L’ambiente è un sistema complesso di fattori fisici, chimici e biologici, di elementi viventi e non viventi e di relazioni in cui sono immersi tutti gli organismi che abitano il Pianeta”. L’ambiente è ciò di cui abbiamo bisogno, noi uomini e gli altri viventi, per esistere. Di più: gli abitanti del pianeta sono l’uno l’ambiente degli altri. Ne consegue che non possiamo esistere da soli, tutto è interconnesso, in modo talmente profondo che è facile arrivare a pensare che tutto è uno.

Guardandoci intorno e studiando un po’ riusciamo facilmente a intuire le interconnessioni che ci legano. Quando si passa alla pratica, però, ricadiamo facilmente nella visione a cui siamo più abituati. Quella che ci vede, come umani, al centro di tutto e capaci di gestire le faccende ambientali come meglio ci aggrada. Questo atteggiamento è molto rischioso, perché, in realtà, noi umani non siamo (e spero non saremo mai) in grado di controllare la complessità del nostro ambiente. Meglio, dunque, essere prudenti e affidarsi all’ esperienza della natura, molto più anziana e rodata di noi. Prendiamo il suolo, l’ambiente su cui affondano le radici delle piante, dove vivono la maggior parte degli organismi che abitano la Terra e dove si rigenera l’acqua che permette la vita su questo Pianeta. Che senso ha uccidere la sua vitalità microscopica con sostanze tossiche, impedire alle erbe spontanee di crescere spargendo disserbanti, bloccarne la capacità di rigenerazione con i concimi chimici, quando proprio da questi processi dipende la nostra vita? Dalla terra deriva il nostro cibo e noi siamo il cibo che mangiano. Danneggiare il suolo significa danneggiare noi stessi.
La conclusione mi sembra particolarmente ovvia ed auspico fermamente che questo Governo non commetta un errore i cui effetti deleteri ricadrebbero sulle specie animali, quindi anche su di noi!
